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mercoledì 23 maggio 2012
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Chiesa di S.Anna

La Chiesa di S. Anna sorge nel settore sud-ovest dell'agglomerato urbano, al quale offre, oltre al nome, un elemento di unità. Costruita nel 1487 su un terreno fatto di piccole balze e scoscien-dimenti, in seguito ai lavori di livellamento eseguiti nel 1809 per la creazione delle strade di attraversamento del quartiere, la facciata principale è rimasta parecchio al di sopra del piano stradale, per cui si è resa necessaria la posa di alcuni gradini di accesso. Le vicende di questo luogo di culto è intrecciato, per un lungo periodo, con la vita della comunità religiosa delle Terziarie Francescane residenti nell'attiguo convento. Anche le Clarisse del monastero in contrada Canépa, nel periodo del provvisorio trasferimento in contrada Somvìco, dessero S. Anna come loro Cappella. La strutturazione interna rivela immediatamente al visitatore la presenza, nel passato, di religiosi: lo spazio antistante il presbiterio destinato agli abitanti del rione; il vasto coro, dietro l'altare, riservato alle monache. Esiste tuttora un secondo coretto ricavato più tardi sopra l'ingresso principale; è sostenuto da trevoltini a crociera, poggiami su colonne di pietra. La costruzione di questo nuovo spazio per le monache, ha conseguentemente provocato: la modifica dell'altezza della chiesa e della forma originaria della volta, rendendola parecchio disarmonica; la chiusura delle due finestrelle gotiche della facciata; la mutilazione di parecchi affreschi presenti sulle tre pareti interessate dalla nuova struttura. Dopo essere stata adibita a lazzaretto nel corso di una epidemia, rimase chiusa per un notevole periodo; ma dietro pressante richiesta delle Terziarie del monastero che nel frattempo avevano promosso alcuni necessari restauri, nella vigilia della festa di S. Anna del 1652, l'arciprete Giovanni Battista Bottami, letto il decreto di riapertura al culto emanato dal vescovo di Bergamo, procedeva alla nuova benedizione. Questo luogo di culto, prima che a S. Anna, fu dedicato al mistero della Concezione di Maria; ne fa fede la Confraternita in esso costituita fin dal 1523 è alcuni antichi dipinti. L'11 maggio 1810 il convento fu soppresso e la chiesa nuovamente chiusa al culto. Dopo questa chiusura, per un certo periodo, vi alloggiò la gendarmeria austriaca. Nel 1814 la Congregazione di Carità di Clusone acquistò tutto il complesso e vi aprì un ospizio per i poveri e gli anziani, dotandolo di laboratori per gli abili al lavoro. Contemporaneamente l'arciprete Bartolomeo Furia si adoperò per convincere il Delegato del Culto della necessità che anche la chiesa, per il bene spirituale degli abitanti del rione, fosse riaperta al culto; così i sacri riti ripresero fin dall'11 febbraio di quell'anno. Fino a quando le leggi lo consentirono, nel pavimento di questa chiesa ebbero la loro tomba, oltre le monache del convento, anche le nobili famiglie Marinoni e AIbricci, senz'altro per benemerenze nei confronti della chiesa o del convento. Nel 1856, visto lo stato di avanzato degrado della decorazione fatta di figure, ornati, scritte riproducenti disposizioni testamentarie, impegni e vantaggi spirituali per i frequentanti la chiesa, la facciata fu ricoperta con un alto strato di intonaco, sul quale Carlo Rota di Bergamo, eseguì una nuova decorazione prospettica. Precedentemente anche gli affreschi dell'interno erano finiti sotto nuovi intonachi, che una tradizione orale dice essere stati imposti come radicale disinfezione in seguito ad una nuova epidemia, durante la quale chiesa e locali adiacenti erano ancora serviti come lazzaretto. Il parziale ricupero degli affreschi della navata fu eseguito nel 1955, mentre nel 1974 Giuseppe Arrigoni restaurò la «Natività» nella lunetta del portale e fece alcuni assaggi sulla facciata principale per accertare quanto ancora esisteva dell'affrescatura cinquecentesca. Nel 1983, dopo i lavori di bonifica che interessarono il tetto, il campanile, il muro laterale esterno e tutto l'interno, anche la decorazione e gli affreschi dell'interno furono oggetto di interventi conservativi da parte di Melchiorre Rìzzoli e Cesare Petrogalli.

Nel 1991, col finanziamento del locale Lions Club, i restauratori Antonio Zaccaria e Marzia Daina, eseguirono sulla facciata la rimozione della ottocentesca decorazione prospettica, riaprirono le due monofore e portarono a compimento il ricupero dei resti della primitiva affrescatura.

Sul versante ovest della chiesa, nel sottosuolo dell'ex-chiostro, sono in fase di recupero passaggi e portici cinquecenteschi.


Gli Affreschi


 

 

Per quanto è ancora oggi possibile osservare delle pitture murali del complesso di S. Anna, si può sicuramente parlare di un interessante ciclo e di preziosa documentazione per lo studio della storia locale.

 

L'opera di ricerca merita di essere completata, per riportare alla luce quanto ancora si cela sotto gli intonaci dell'interno; come deve continuare l'opera di restauro conservativo, per offrire in modo più leggibile e quindi più godibile quanto è già davanti agli occhi di tutti. Queste pitture si possono dividere in due gruppi: quelle della chiesa e quelle del monastero. Gli affreschi della chiesa sono devozionali o votivi, con soggetti in parte simili a quelli presenti in altri luoghi di culto o in residenze private dello stesso periodo, e in parte originali, come: i santi Cosma e Damiano, la martire S. Agata, il beato Alberto da Villa d' Ogna e la composizione dei due angeli che offrono alla Vergine la chiesa di S. Anna.

L'ex-voto dei santi Cosma e Damiano posto sulla parete di fondo (entrando, alla destra della porta), testimonia che tra i santi invocati a Clusone nei vari malanni, soprattutto in quelli a carattere epidemico, figurano anche questi due martiri siriani, che secondo le più antiche tradizioni agiografiche, esercitarono la professione di «medici anàrgici», cioè curavano gli ammalati senza retribuzione, per sola carità. S. Agata e il beato Alberto da Villa d'Ogna con un Re penitente, sono pure effigiati sulla parete di fondo (entrando, a sinistra della porta). S. Agata è presentata con le mani legate dietro la schiena e le mammelle mozzate, segni della persecuzione subita per Cristo. Datato 1509, è sicuramente l'ex-voto di una mamma aiutata dalla santa a liberarsi da una noiosa mastite, o ad avere sufficiente latte per nutrire la sua creatura. Il beato Alberto è presentato in cammino con il bastone del pellegrino e l'abito del contadino. Il santo Re penitente, datato 1512, quasi sicuramente si identifica con S. Sigismondo, presente anche a S. Defendente e sul Palazzo Comunale. Tra gli affreschi, merita particolare attenzione anche quello della Madonna del Buon Consiglio, posto sulla parete del presbiterio alla destra dell'altare. Opera di pregevole fattura e di buona ispirazione, offre volti singolari nel contesto delle interpretazioni dello stesso soggetto, soffusi di tanta dolcezza, seppure velati da un po' di mestizia. È l'affresco più conosciuto e, per gli abitanti del quartiere, di maggior valore affettivo tra quanti ornano la chiesa di S. Anna. Attorno a questa raffigurazione si è sviluppato un vivissimo e costante culto; ne sono segni evidenti: l'edicola di legno dorato in cui attualmente è racchiusa, il panneggio azzurro cupo dipinto in epoca posteriore per meglio ambientarla e le corone d'argento sbalzato poste sul capo della Vergine e del Bambino. Luigi Olmo, nei suoi scritti, ha raccolto una tradizione secondo la quale questo affresco, in occasione di opere di ristrutturazione, resistette ai ripetuti colpi di martello con i quali si cercava di scrostarlo come gli altri per far aderire il nuovo intonaco; quindi non venne ricoperto. L'episodio convinse i fedeli frequentatori della chiesa, che la Madonna desiderava essere venerata in modo particolare dinanzi a questa immagine. All'esterno l'unica composizione interamente conservata è la «Natività», affrescata nella lunetta del portale. Pregevolissima opera di scuola toscana, molto curata nel disegno, nei colori e nella scelta degli elementi compositivi. In primo piano, da sinistra: Santa Chiara, la Madonna, S. Bernardino da Siena e S. Francesco d'Assisi in adorazione del Bambino che, posto per terra su un semplice panno, è amorosamente vegliato da tre angioletti. In alto, altri due angeli reggono il cartiglio con la scritta: «Gloria in excelsis Deo et in terra pax». Nel profondo luminoso paesaggio, sono in movimento un cavaliere e altri personaggi. La scritta posta ai piedi dell'affresco, riferisce che si tratta di un ex-voto fatto eseguire nel 1502 da Alojsio Bembo, Podestà della Valle Seriana Superiore in quel periodo. Stando ad alcune memorie manoscritte del canonico Saverio Valesini, lo volle come segno di ringraziamento per lo scampato pericolo in una aggressione subita sulla strada, nella località Borlèzze.

Le pitture dell'aula capitolare del convento, ora sede di riunione per il quartiere di S. Anna, costituiscono un piccolo ciclo a sé, di carattere ascetico-didattico. Sono cinque composizioni allineate sulla parete di fondo. Al centro è affrescata la scena del Calvario: Cristo sulla Croce e a fianco la Madre e l'apostolo S. Giovanni. Questa composizione è un poco più elevata delle altre, perché a ridosso della parete doveva esserci lo scanno rialzato per chi presiedeva o leggeva. A sinistra della crocifissione, unita da una fascia ornamentale che richiama quella posta dietro la scena del Calvario: «l'Orazione di Gesù nell'orto degli olivi», con gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni e la «Flagellazione»; a destra: «La Pietà», con l'apostolo Giovanni e la Maddalena e «La Madonna in adorazione del Bambino», tra S. Paolo apostolo e S. Francesco. Sotto le due composizioni poste alle estremità, ci sono i segni di aperture o nicchie contemporanee agli affreschi e ora murate. Data la loro ubicazione, sono pitture poco conosciute. Bisognose di interventi per eliminare danni subiti durante le varie destinazioni dell'ambiente, sono ancora interamente ricuperabili. Sono un esempio di pittura murale, non più semplicemente narrativa destinata a tutti i fedeli, ma capace di guidare forti esperienze ascetiche che erano in atto nella comunità religiosa. Si spiega in tal modo la severità della forma, i colori poco vivaci e l'attenuazione del racconto, per lasciare più spazio agli elementi che inducono alla meditazione, alla contemplazione.


L'Arredo


L'altare in marmo, con intarsi e piccole sculture sul tabernacolo e alle estremità della mensa, è della bottega dei Fantoni. È stato realizzato nel 1725. Dieci anni prima gli stessi intagliatori di Rovetta avevano creato la ricca ancona lignea che incornicia la pala di S. Anna e, in alto, l'ovale dell'Immacolata. La pala che ritrae la Vergine Maria mentre presenta il figlio Gesù alla nonna Anna, sotto lo sguardo attonito di S. Elisabetta regina del Portogallo e l'accorrere di un angioletto recante l'omaggio di fiori e frutti, è di ignoto pittore del seicento. L'attribuzione a Domenico Carpinoni fatta per un certo periodo, è caduta in seguito ad accurato studio della tela e della tecnica di esecuzione, in occasione del restauro eseguito da Ezio Bartoli.

Composizione artisticamente molto valida, ma non aderente al testo evangelico; basterebbe togliere le aureole ai personaggi per considerarla una qualsiasi scena di una residenza nobiliare del seicento. La tela ovale dell'Immacolata sovrapposta, richiamo alla primitiva dedicazione della chiesa, sembra attribuibile a Bortolo Litterini, già autore della tela del «Transito di S. Giuseppe» nella chiesa del Paradiso. Meritano attenzione anche altre tele: la «Crocifissione con S. Francesco, S. Maria Maddalena e una monaca» (sopra la porta della sacrestia, in una edicola), opera del clusonese Giovanni Battista Brighenti (1784-1861); «S. Anna con la figlia Maria» (autore ignoto), «S. Cecilia» (Domenico Carpinoni?), «Immacolata» (autore ignoto), poste sulla parete centrale della navata; «S. Antonio da Padova» (sulla parete sottostante il coretto posteriore), del clusonese Giovanni Trussardi Volpi (1875-1921). Sulla parete di fondo antistante il coretto, è appesa la tela a mezzaluna (cm 440 x 180) della «Cena di Emmaus». È attribuita, da una tradizione orale non altrimenti documentabile, a Maria Giacomina Nazari, figlia del ritrattista Bartolomeo Nazari.

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