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sabato 11 febbraio 2012
Cultura...
Trasparenza amministrativa
Palazzo Fogaccia

Imponente costruzione disegnata nel 1692 da Giovanni Battista Quadrio, architetto della Fabbrica del Duomo di Milano e realizzata, dal 1693 al 1709, dalla impresa dei capomastri Giovanni Maria e Antonio Trizzini di Lugano, con la direzione tecnica dell'architetto Lorenzo Bettera di Bergamo. Questa residenza la volle, con molta ostinazione, il conte Vittorio Maria Fogaccia, dopo aver abbandonato il progetto di ingrandimento della casa precedentemente acquistata all'inizio dell'attuale via Antonio Cifrondi. Divenne subito il segno, anche esterno, della volontà di preminenza sociale e politica del casato Fogaccia nei confronti delle altre ragguardevoli famiglie locali. La sontuosità decorativa dell'interno, doveva poi testimoniare efficacemente gli interessi culturali e artistici sempre perseguiti dai suoi membri, in parte documentabili ricordando: la fondazione della accademia letteraria «Stimoli delle Esperienze Accademiche» da parte di Antonio Romanino Fogaccia nel 1638; l'attività letteraria di Evangelista Fogaccia nella seconda parte del sec. XVI; l'impegno scientifico di Gerolamo Fogaccia nel sec. XVII; la ricerca storica di Filippo e Piero Fogaccia nella seconda metà dell'ottocento e nella prima del novecento.

 L'esterno in muro rustico, è piacevolmente segnato dalle pietre battute delle finestre e dei portali, dalla loggia sopra l'ingresso, dai pilastri del portico sul versante sud, dalle quattro garitte in mattoni agli angoli, e dall'arco a destra del portale principale. Il folto verde del parco, lo fascia su tre lati. Lo stemma sul portale e le teste di leone murate, sono dello scultore bresciano Antonio Carra, che pure ha lavorato pietre per l'interno. Lo spazio è organizzato secondo il modulo dei palazzi nobiliari del seicento: atrio, portineria, appartamento del personale, scalone monumentale, scale di servizio, salone d'onore, sale di rappresentanza, gallerie di disimpegno, appartamenti nobili, appartamenti privati, cappella, biblioteca-archivio, sale da pranzo, cucina, dispense, scuderie, sottotetto-granaio. Colpiscono immediatamente: il salone d'onore, lo scalone in pietra con balaustre, la galleria del secondo piano, l'appartamento per ospiti di alto rango.


La Decorazione


 

Tra il 1697 e il 1714, diversi pittori e quadraturisti lombardi, contattati personalmente dal conte Vittorio Maria Fogaccia o tramite amici e periti di sua fiducia, decorarono ben 2700 mq. dell'interno. Escluse alcune parti delle pitture nelle sale del piano terra compromesse dall'umidità, la maggioranza di questa vasta decorazione è ben conservata e si presenta

, anche oggi, con molta della freschezza originale. Se il Ministero proposto alla tutela dei beni artistici e culturali, fin dal 23 ottobre 1910, catalogò questo palazzo «opera di importante interesse artistico», sicuramente lo fece, oltre che per la struttura architettonica, per queste pitture murali. Il palazzo Fogaccia è senza dubbio la residenza più interessante per lo studio della pittura murale decorativa a Clusone; la sua visita in una ricerca del genere è indispensabile, perché offre una vasta panoramica dei contenuti e delle tecniche del decorativismo seicentesco-settecentesco Dai carteggi inerenti la fabbrica del Palazzo, raccolti e ordinati da Filippo e Piero Fogaccia, risulta con sicurezza che vi hanno lavorato: Giovanni e Giuseppe Mariani di Milano; Francesco Paglia di Brescia; Giuseppe Brina di Bergamo e Domenico Garetti, bolognese di nascita ma residente a Brescia. Nel piano terra merita attenzione la decorazione di tre locali: sala dell'aquila, sala delle cariatidi e sala da pranzo. 

Nella decorazione della sala dell'aquila, il pittore ha inteso offrire agli ospiti di questo locale piuttosto chiuso e scarsamente illuminato da un solo lato, l'illusione di trovarsi invece su ogni lato a diretto contatto col parco circostante il palazzo, inondati dalla luce filtrante da ampi squarci di ciclo. Pilastri e lesene, tra i quali si intravede la vegetazione esterna, sostengono un'ampia balaustrata, al di là della quale si ammira l'azzurro del cielo appena segnato, qua e là, da leggere nubi. Sei colonne si staccano dalla balaustrata e reggono la trabeazione della sommità. Nel cielo finale ha collocato la glorificazione del casato: un'aquila ad ali spiegate, tenendo nelle zampe lo stemma Fogaccia e la spada e legato alla coda il motto «Ni materme ni spantarme», sfida un incipient

e temporale. 

La sala delle cariatidi, nonostante i suoi quarantaquattro metri quadri di superficie, conserva tuttora la denominazione di caletta» assegnatale fin dall'inizio del conte Vittorio Maria. Il pittore ha ricavato nell'insieme della decorazione, caratterizzata da numerose cariatidi che reggono il cornicione perimetrale a ridosso del voltino, ampie zone paesaggistiche, soprattutto lacustri, di indubbio effetto. Sembra che in questa sala vi abbia lavorato il pittore bresciano Francesco Paglia, perché in una lettera del 2 giugno 1698 scritta dal conte Vittorio Maria al suo fattore da Bergamo, lo avverte dell'arrivo del pittore bresciano «che darà principio nella saletta di basso al suo lavoro. Nella sala da pranzo gli elementi architettonici fittizi caratterizzanti la decorazione di questo locale, sono una serie di colonne. Sulle pareti libere da aperture, vi sono tre scene bibliche tolte dal libro di Tobia. La prima presenta Tobia in riva al fiume Tigri mentre, seguendo il consiglio dell'angelo Raffaele, estrae cuore, fegato e fiele dal pesce che ha catturato. La seconda fa vedere l'arrivo alla casa di Ninive di Tobia e Sara, accompagnati dall'angelo. La terza mostra l'angelo Raffaele nell'atto di restituire, mediante il fiele del pesce, la vista al vecchio Tobia. In questa terza composizione il pittore si è preso una licenza, perché il testo biblico dice che fu Tobia a spalmare il singolare medicamento sugli occhi del padre e non l'angelo Raffaele; del resto, già nella prima aveva erroneamente posto Sara accanto a Tobia, in quanto la cattura del pesce avvenne nel viaggio di andata ad Ecbatana, dove incontrerà Sara e la prenderà in moglie. Al primo piano troviamo il salone d'onore.

 La decorazione di questo ampio e sfarzoso locale, ha come base una fantasiosa creazione architettonica che, servendosi di un perfetto gioco prospettico, valorizza lo spazio e sembra estenderlo in verticale. Non si avverte quel senso di pesantezza legato, molto spesso, a questo tipo di decorazione, per la indovinata scelta cromatica, tra gli elementi architettonici sono collocate: scene di vita reale, allegorie, episodi e personaggi mitologici. l'insieme di queste decorazioni è stato realizzato dai pittori milanesi Giovanni e Giuseppe Mariani, che il Lanzi dice «lodati in vaste opere di ornati a fresco». Nella lettera con cui Giovanni Mariani nel 1699 segnala al conte.

Vittorio Maria Fogaccia di essere onorato di lavorare per lui, c'è anche il preventivo di spesa: circa trecento Filippi. Gli ovali

monocromi sono attribuiti, ancora in base al carteggio-epistolario riguardante il palazzo, a Domenico Garetti, mentre le scene d'angolo (gentil uomo che offre un frutto alla scimmia — trovatore con mandolino — dama appoggiata al parapetto con vaso di fiori — donna che regge e trastulla un bimbo seduto sulla balaustrata), sono di Francesco Paglia. Al centro del soffitto è affrescato l'Olimpo. Attorno a Giove che impugna la folgore ed ha ai piedi l'aquila, assisi sulle nubi sono riconoscibili: Giunone, Venere, Minerva, Marte, Diana, Nettu-no, Apollo, Mercurio, Bacco e Pane. Nelle quattro stanze poste agli angoli del salone d'onore, Domenico Garetti ha eseguito numerose e curiose cartelle illustranti detti e sentenze antiche. Dalla semplice linearità del vasto atrio del primo piano, attraverso l'imponente scalone, si passa alla sontuosità della galleria di disimpegno degli appartamenti, la cui decorazione gareggia con quella del salone d'onore. Anche le pareti del vano scala sono completamente dipinte. La decorazione di questa parte del palazzo, opera del bergamasco Giuseppe Brina, è stata attuata in due tempi: una parte nel 1706, un'altra nel 1714 a palazzo già abitato. Tra i motivi architettonici del soffitto sono inserite scene mitolo-giche monocromi e policromi, mentre sulle pareti campeggiano nove grandi figure allegoriche. Tra le più efficacemente presentate: il Silenzio, la Parsimonia, il Progresso, la Mansuetudine, la Carità e la Mortificazione. Nei locali degli appartamenti privati, la pittura decorativa è presente solo su alcuni soffitti; più frequente la semplice rifinitura a stucco.


L'Arredamento


 

Pur continuando ad essere di notevole interesse, nella seconda metà del novecento l'arredo del palazzo ha subito un impoverimento, per il trasferimento di pregevoli pezzi, in occasione di successioni ereditarie e dell'apertura di nuove residenze del casato. Al secondo piano, nell'arredamento degli appartamenti nobili, merita particolare attenzione il letto di legno intagliato e dorato della bottega dei Fantoni, con relativo baldacchino e drappi seicenteschi.
Buone anche le tele ad olio e la corniciatura dorata con specchio antico appese alle pareti. Al primo piano, nel salone principale, oltre i mobili e le cristallerie fa spicco la grande tela di Francesco Paglia. Ritrae i membri della numerosa famiglia del conte Vittorio Maria Fogaccia durante un trattenimento nella parte del parco antistante l'entrata principale del palazzo. Nel paesaggio il pittore bresciano ha collocato il palazzo e, più a nord, la chiesa arcipresbiterale; sullo sfondo il monte Pora imbiancato di neve. In questo salone va osservato anche il camino, eseguito con pregevole marmo di Lugano da Bartolomeo Manni. 

Al piano terra, nell'arredamento della sala da pranzo, della sala delle colonne e della cucina, colpiscono particolarmente i bei camini, realizzati in epoche diverse con pietra di Sarnico e i lampadari in ferro battuto. Nella sala biliardo, sono appese carte topografiche del seicento-settecento-ottocento, inerenti il territorio di Bergamo al tempo della Repubblica Veneta, Cisalpina e del Regno Lombardo-Veneto. Tele dei pittori clusonesi Domenico Carpinoni, Antonio Cifrondi, Lattanzio Querena, dei bergamaschi Ghislandi e Bettera che erano presenti a palazzo fino ai primi decenni del novecento, risultano attualmente non esposte. Sono invece osservabili alcuni affreschi, strappati dai muri esterni delle case coloniche a nord del palazzo.

Imponente costruzione disegnata nel 1692 da Giovanni Battista Quadrio, architetto della Fabbrica del Duomo di Milano e realizzata, dal 1693 al 1709, dalla impresa dei capomastri Giovanni Maria e Antonio Trizzini di Lugano, con la direzione tecnica dell'architetto Lorenzo Bettera di Bergamo. Questa residenza la volle, con molta ostinazione, il conte Vittorio Maria Fogaccia, dopo aver abbandonato il progetto di ingrandimento della casa precedentemente acquistata all'inizio dell'attuale via Antonio Cifrondi. Divenne subito il segno, anche esterno, della volontà di preminenza sociale e politica del casato Fogaccia nei confronti delle altre ragguardevoli famiglie locali. La sontuosità decorativa dell'interno, doveva poi testimoniare efficacemente gli interessi culturali e artistici sempre perseguiti dai suoi membri, in parte documentabili ricordando: la fondazione della accademia letteraria «Stimoli delle Esperienze Accademiche» da parte di Antonio Romanino Fogaccia nel 1638; l'attività letteraria di Evangelista Fogaccia nella seconda parte del sec. XVI; l'impegno scientifico di Gerolamo Fogaccia nel sec. XVII; la ricerca storica di Filippo e Piero Fogaccia nella seconda metà dell'ottocento e nella prima del novecento.

 L'esterno in muro rustico, è piacevolmente segnato dalle pietre battute delle finestre e dei portali, dalla loggia sopra l'ingresso, dai pilastri del portico sul versante sud, dalle quattro garitte in mattoni agli angoli, e dall'arco a destra del portale principale. Il folto verde del parco, lo fascia su tre lati. Lo stemma sul portale e le teste di leone murate, sono dello scultore bresciano Antonio Carra, che pure ha lavorato pietre per l'interno. Lo spazio è organizzato secondo il modulo dei palazzi nobiliari del seicento: atrio, portineria, appartamento del personale, scalone monumentale, scale di servizio, salone d'onore, sale di rappresentanza, gallerie di disimpegno, appartamenti nobili, appartamenti privati, cappella, biblioteca-archivio, sale da pranzo, cucina, dispense, scuderie, sottotetto-granaio. Colpiscono immediatamente: il salone d'onore, lo scalone in pietra con balaustre, la galleria del secondo piano, l'appartamento per ospiti di alto rango.


La Decorazione


 

Tra il 1697 e il 1714, diversi pittori e quadraturisti lombardi, contattati personalmente dal conte Vittorio Maria Fogaccia o tramite amici e periti di sua fiducia, decorarono ben 2700 mq. dell'interno. Escluse alcune parti delle pitture nelle sale del piano terra compromesse dall'umidità, la maggioranza di questa vasta decorazione è ben conservata e si presenta

, anche oggi, con molta della freschezza originale. Se il Ministero proposto alla tutela dei beni artistici e culturali, fin dal 23 ottobre 1910, catalogò questo palazzo «opera di importante interesse artistico», sicuramente lo fece, oltre che per la struttura architettonica, per queste pitture murali. Il palazzo Fogaccia è senza dubbio la residenza più interessante per lo studio della pittura murale decorativa a Clusone; la sua visita in una ricerca del genere è indispensabile, perché offre una vasta panoramica dei contenuti e delle tecniche del decorativismo seicentesco-settecentesco Dai carteggi inerenti la fabbrica del Palazzo, raccolti e ordinati da Filippo e Piero Fogaccia, risulta con sicurezza che vi hanno lavorato: Giovanni e Giuseppe Mariani di Milano; Francesco Paglia di Brescia; Giuseppe Brina di Bergamo e Domenico Garetti, bolognese di nascita ma residente a Brescia. Nel piano terra merita attenzione la decorazione di tre locali: sala dell'aquila, sala delle cariatidi e sala da pranzo. 

Nella decorazione della sala dell'aquila, il pittore ha inteso offrire agli ospiti di questo locale piuttosto chiuso e scarsamente illuminato da un solo lato, l'illusione di trovarsi invece su ogni lato a diretto contatto col parco circostante il palazzo, inondati dalla luce filtrante da ampi squarci di ciclo. Pilastri e lesene, tra i quali si intravede la vegetazione esterna, sostengono un'ampia balaustrata, al di là della quale si ammira l'azzurro del cielo appena segnato, qua e là, da leggere nubi. Sei colonne si staccano dalla balaustrata e reggono la trabeazione della sommità. Nel cielo finale ha collocato la glorificazione del casato: un'aquila ad ali spiegate, tenendo nelle zampe lo stemma Fogaccia e la spada e legato alla coda il motto «Ni materme ni spantarme», sfida un incipient

e temporale. 

La sala delle cariatidi, nonostante i suoi quarantaquattro metri quadri di superficie, conserva tuttora la denominazione di caletta» assegnatale fin dall'inizio del conte Vittorio Maria. Il pittore ha ricavato nell'insieme della decorazione, caratterizzata da numerose cariatidi che reggono il cornicione perimetrale a ridosso del voltino, ampie zone paesaggistiche, soprattutto lacustri, di indubbio effetto. Sembra che in questa sala vi abbia lavorato il pittore bresciano Francesco Paglia, perché in una lettera del 2 giugno 1698 scritta dal conte Vittorio Maria al suo fattore da Bergamo, lo avverte dell'arrivo del pittore bresciano «che darà principio nella saletta di basso al suo lavoro. Nella sala da pranzo gli elementi architettonici fittizi caratterizzanti la decorazione di questo locale, sono una serie di colonne. Sulle pareti libere da aperture, vi sono tre scene bibliche tolte dal libro di Tobia. La prima presenta Tobia in riva al fiume Tigri mentre, seguendo il consiglio dell'angelo Raffaele, estrae cuore, fegato e fiele dal pesce che ha catturato. La seconda fa vedere l'arrivo alla casa di Ninive di Tobia e Sara, accompagnati dall'angelo. La terza mostra l'angelo Raffaele nell'atto di restituire, mediante il fiele del pesce, la vista al vecchio Tobia. In questa terza composizione il pittore si è preso una licenza, perché il testo biblico dice che fu Tobia a spalmare il singolare medicamento sugli occhi del padre e non l'angelo Raffaele; del resto, già nella prima aveva erroneamente posto Sara accanto a Tobia, in quanto la cattura del pesce avvenne nel viaggio di andata ad Ecbatana, dove incontrerà Sara e la prenderà in moglie. Al primo piano troviamo il salone d'onore.

 La decorazione di questo ampio e sfarzoso locale, ha come base una fantasiosa creazione architettonica che, servendosi di un perfetto gioco prospettico, valorizza lo spazio e sembra estenderlo in verticale. Non si avverte quel senso di pesantezza legato, molto spesso, a questo tipo di decorazione, per la indovinata scelta cromatica, tra gli elementi architettonici sono collocate: scene di vita reale, allegorie, episodi e personaggi mitologici. l'insieme di queste decorazioni è stato realizzato dai pittori milanesi Giovanni e Giuseppe Mariani, che il Lanzi dice «lodati in vaste opere di ornati a fresco». Nella lettera con cui Giovanni Mariani nel 1699 segnala al conte.

Vittorio Maria Fogaccia di essere onorato di lavorare per lui, c'è anche il preventivo di spesa: circa trecento Filippi. Gli ovali

monocromi sono attribuiti, ancora in base al carteggio-epistolario riguardante il palazzo, a Domenico Garetti, mentre le scene d'angolo (gentil uomo che offre un frutto alla scimmia — trovatore con mandolino — dama appoggiata al parapetto con vaso di fiori — donna che regge e trastulla un bimbo seduto sulla balaustrata), sono di Francesco Paglia. Al centro del soffitto è affrescato l'Olimpo. Attorno a Giove che impugna la folgore ed ha ai piedi l'aquila, assisi sulle nubi sono riconoscibili: Giunone, Venere, Minerva, Marte, Diana, Nettu-no, Apollo, Mercurio, Bacco e Pane. Nelle quattro stanze poste agli angoli del salone d'onore, Domenico Garetti ha eseguito numerose e curiose cartelle illustranti detti e sentenze antiche. Dalla semplice linearità del vasto atrio del primo piano, attraverso l'imponente scalone, si passa alla sontuosità della galleria di disimpegno degli appartamenti, la cui decorazione gareggia con quella del salone d'onore. Anche le pareti del vano scala sono completamente dipinte. La decorazione di questa parte del palazzo, opera del bergamasco Giuseppe Brina, è stata attuata in due tempi: una parte nel 1706, un'altra nel 1714 a palazzo già abitato. Tra i motivi architettonici del soffitto sono inserite scene mitolo-giche monocromi e policromi, mentre sulle pareti campeggiano nove grandi figure allegoriche. Tra le più efficacemente presentate: il Silenzio, la Parsimonia, il Progresso, la Mansuetudine, la Carità e la Mortificazione. Nei locali degli appartamenti privati, la pittura decorativa è presente solo su alcuni soffitti; più frequente la semplice rifinitura a stucco.


L'Arredamento


 

Pur continuando ad essere di notevole interesse, nella seconda metà del novecento l'arredo del palazzo ha subito un impoverimento, per il trasferimento di pregevoli pezzi, in occasione di successioni ereditarie e dell'apertura di nuove residenze del casato. Al secondo piano, nell'arredamento degli appartamenti nobili, merita particolare attenzione il letto di legno intagliato e dorato della bottega dei Fantoni, con relativo baldacchino e drappi seicenteschi.
Buone anche le tele ad olio e la corniciatura dorata con specchio antico appese alle pareti. Al primo piano, nel salone principale, oltre i mobili e le cristallerie fa spicco la grande tela di Francesco Paglia. Ritrae i membri della numerosa famiglia del conte Vittorio Maria Fogaccia durante un trattenimento nella parte del parco antistante l'entrata principale del palazzo. Nel paesaggio il pittore bresciano ha collocato il palazzo e, più a nord, la chiesa arcipresbiterale; sullo sfondo il monte Pora imbiancato di neve. In questo salone va osservato anche il camino, eseguito con pregevole marmo di Lugano da Bartolomeo Manni. 

Al piano terra, nell'arredamento della sala da pranzo, della sala delle colonne e della cucina, colpiscono particolarmente i bei camini, realizzati in epoche diverse con pietra di Sarnico e i lampadari in ferro battuto. Nella sala biliardo, sono appese carte topografiche del seicento-settecento-ottocento, inerenti il territorio di Bergamo al tempo della Repubblica Veneta, Cisalpina e del Regno Lombardo-Veneto. Tele dei pittori clusonesi Domenico Carpinoni, Antonio Cifrondi, Lattanzio Querena, dei bergamaschi Ghislandi e Bettera che erano presenti a palazzo fino ai primi decenni del novecento, risultano attualmente non esposte. Sono invece osservabili alcuni affreschi, strappati dai muri esterni delle case coloniche a nord del palazzo.

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